Stefano Tuccio: un grande siciliano e un grande santo

Libro su Stefano Tuccio Sono numerosissime le persone famose che hanno reso illustre il nome della Sicilia nel mondo. Da Archimede ad Empedocle, passando per Majorana e i pittori Antonello Da Messina, Antonello de Saliba, Renato Guttuso. Non possiamo dimenticare gli scultori Francesco Laurana, Antonello Gagini, Giacomo Serpotta e i compositori Alessandro Scarlatti e Vincenzo Bellini, solo per citarne alcuni.

E ancora, nel campo della letteratura, saranno citati lo scrittore e drammaturgo Luigi Pirandello, il poeta Salvatore Quasimodo (entrambi premi Nobel), Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giovanni Verga, Federico De Roberto, Luigi Capuana, Elio Vittorini, Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Andrea Camilleri. Nel campo del cinema probabilmente verrebbe nominato il regista Giuseppe Tornatore.

Nessuno forse nominerà Stefano Tuccio. E invece questo è stato un personaggio di altissimo livello, anche se fu persona molto umile e schiva. È stato uno dei maggiori teologi del periodo della Controriforma.

Fu inviato a Milano dal generale dei Gesuiti Everardo Mercuriano ad insegnare presso il Collegio di Brera convinto che avrebbe potuto essere addirittura molto più utile del noto San Roberto Bellarmino con l’assicurazione che “era dei maggiori soggetti della Compagnia, in virtù e in dottrina e quasi in ogni sorte di lettere”. I suoi drammi furono rappresentati in tutta Europa suscitando ovunque consensi e commozione tanto da produrre numerose conversioni.

Le sue opere teatrali influenzarono in maniera determinate Caravaggio e Shakespeare come si può rilevare dalle loro opere. Giuditta e Oloferne e Davide con la testa di Golia di Caravaggio sembrano la trascrizione pittorica dei relativi personaggi delle tragedie di Tuccio mentre il “teatro della crudeltà” del periodo elisabettiano trova in Tuccio la sua ispirazione. Addirittura Shakespeare impose il nome Giuditta, ad una delle figlie, molto probabilmente ricordando l’eroina della tragedia di Tuccio.

Anche la scelta di mettere in scena una tragicommedia ambientata a Messina (Molto rumore per nulla) ispirandosi ad una novella di Batteo Bandello potrebbe essere un omaggio alla città dove Tuccio aveva scritto le sue tragedie.

Stefano Tuccio, gesuita, nato in Sicilia a Monforte (oggi Monforte San Giorgio) nel 1540 , morto a Roma il 27 gennaio 1597 fu considerato Santo dai romani che lo avevano conosciuto personalmente ed avevano potuto valutare le sue virtù.

All’atto della sua morte unanime fu l’affermazione “è morto un uomo celeste e beato”, lo stesso papa Clemente VIII esclamò “dunque è morto il santo”. Le tante persone che assistettero al suo funerale presso la Chiesa del Gesù di Roma, convinte della sua santità cercarono in tutti i modi di portarsi via qualche sua reliquia. Presso i Gesuiti la convinzione della sua santità fu tale che da quel giorno la ricorrenza della sua morte fu ricordata come quella di un Santo.

Su di lui è stato scritto il libro “Stefano Tuccio S.J. ispirò Caravaggio e Shakespeare” da Guglielmo Scoglio. Un modo per rendere giustizia a questo suo illustre conterraneo e proporre alla chiesa cattolica la sua canonizzazione.